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La nostra cultura ha scambiato la felicità con il divertimento, con le piccole gioie che derivano dal possesso o dall’essere apprezzati dagli altri, con l’orgoglio di poter dire: “Io sono questo o quest’altro”. Spaccia per felicità ciò che felicità non è, un sottoprodotto occupa gran parte del nostro tempo e delle nostre aspirazioni.

ma non è tutto. La nostra cultura ha fatto anche di peggio. Non solo ci ha convinti che la felicità sia un continuo stato di sovraeccitazione divertita e un po’ sciocca, l’assoluta negazione del dolore, ma ci ha messo in testa che possiamo raggiungere questo risultato rivolgendoci fuori di noi.

In questo modo ci costringiamo a un’interminabile attività di caccia e conquista: comprando oggetti, aderendo a ruoli prestabiliti, riempendoci la testa di ideologie preconfezionate da esibire al momento giusto.

Per questo, quando diventiamo adulti, abbandoniamo quelle che definiamo “illusioni giovanili” e diciamo: “Non si può essere sempre felici, nella vita ci sono anche sofferenze, delusioni e i sogni spesso non si realizzano”. E ci sembra di dire una cosa sensata. Spesso ci convinciamo che la vita sia una partita un po’ truccata e che il nostro destino sia malinconicamente  segnato: scivoliamo nella convinzione fatalistica che la felicità sia una chimera. E sorridiamo dei filosofi dell’antichità, per i quali esistenza e ricerca della felicità erano sinonimi. Noi, diciamo, siamo più saggi di loro.

Ma che buon senso è quello per cui il compito dell’uomo sulla Terra sarebbe di barcamenarsi alla ricerca del vestito più alla moda, dell’opinione più adeguata, del ruolo sociale più rispettato?

E’ forse di buon senso sostenere che le donne e gli uomini non sono fatti per la felicità ma, al massimo, per ottenere, a prezzo di grandi sforzi, qualche piccola gioia, talmente piccola da essere poi irrilevante di fronte alla vastità e all’indifferenza dell’universo?

Così ragioniamo come se un dio maligno ci avesse gettato qui sulla Terra e condannati a un destino senza significato e senza vera felicità. Niente di strano se, in fondo a noi stessi, ci sentiamo infelici. Come potrebbe diversamente? La cultura in cui cresciamo ci rende dipendenti dalle cose di cui ci circondiamo e dalle idee a cui ci conformiamo. Inseguiamo gli oggetti come se potessimo esserne i padroni; in realtà sono loro a possederci. E noi non siamo mai veramente appagati, nemmeno quando finalmente li conquistiamo, quando finalmente li conquistiamo, quando quell’automobile, quella carriera, quel modello di vita sono diventati nostri.

E’ questa l’infelicità che la nostra cultura ha prodotto.